Svolta nel caso del duplice omicidio avvenuto nel Ferrarese. A uccidere i coniugi Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni sarebbe stato il loro figlio sedicenne. Fermato anche un amico del giovane (anche questi minorenne), che avrebbe aiutato l'omicida a spostare i cadaveri servendosi di sacchi di plastica. Questi elementi sono emersi dagli interrogatori a cui sono stati e sono tutt'ora sottoposti i due ragazzi, che hanno indicato agli inquirenti il luogo dove ritrovare l'arma del delitto (un'ascia) e gli indumenti sporcatisi di sangue. Ancora da stabilire se il figlio della coppia sia l'unico autore del massacro. L'amico, infatti, potrebbe aver avuto un ruolo attivo anche nel corso degli omicidi e non solo successivamente a questi. Saranno le indagini ancora in svolgimento a ricostruire con chiarezza il tragico episodio.
Il genitoricidio, ossia l'omicidio di entrambi i genitori per mano del figlio, non è sicuramente un fenomeno nuovo per quanto concerne la realtà italiana. Tanto che i media non hanno avuto alcuna difficoltà a ricordare casi analoghi, primo tra tutti quello di Pietro Maso, che massacrò madre e padre per impossessarsi dell'eredità.
Per quanto concerne il profilo medio dei figli che uccidono i propri genitori, si tratta generalmente di soggetti maschi sui trent'anni di età, con vita sociale e attività lavorativa assenti o deludenti; sono generalmente costretti a vivere coi genitori perché ancora non indipendenti o perché patologicamente legati all'ambiente domestico in cui sono cresciuti, dal quale faticano a distaccarsi.
Alla base di un'azione così terribile possono esservi varie cause. Il più delle volte l'omicida è affetto da grave malattia mentale, come, per esempio, gravi forme di depressione o disturbi psicotici. In altri casi, i figli uccidono per un movente economico (come nel caso sopra ricordato), presentando eventualmente disturbi di personalità che consentono di agire senza il minimo rimorso. Altre volte ancora, l'omicidio dei genitori avviene in risposta a violenze e abusi protrattisi negli anni a danno dell'omicida stesso. In generale, possiamo affermare che tragedie di questo tipo sono determinate, innanzitutto, da dinamiche famigliari estremamente problematiche, contraddistinte da assoluta mancanza di comunicazione tra i membri del nucleo familiare. Si crea in tal modo un terreno fertile per incomprensioni e tensioni sempre più profonde, pronte a esplodere al ricorrere di particolari fattori situazionali (come l'ennesimo litigio tra genitori e figlio).
Il genitoricidio del Ferrarese pare ricollegarsi proprio a una situazione di questo tipo, se consideriamo che lo stesso omicida ha affermato di aver agito per via dei contrasti sempre più accesi con le vittime, colpevoli, a suo dire, di essere stati genitori troppo severi e ossessivi. Particolare e indicativa, a mio avviso, anche la scelta dell'arma utizzata: anziché infliggere i colpi con una lama di più ridotte dimensioni e quindi più maneggevole, il giovane ha utilizzato un'ascia, strumento che, considerata la violenza dell'azione, ha probabilmente consentito di scaricare tutta la rabbia provata nei confronti delle vittime raggiunte dai colpi. Ovviamente, queste sono solo prime considerazioni e impressioni. Nessuno al di fuori degli inquirenti e degli esperti che saranno poi chiamati a esaminare direttamente i fatti e i soggetti coinvolti potrà avere un visione d'insieme assolutamente completa. Probabilmente, perizie e consulenze tecniche cercheranno prossimamente di accertare se nei giovani possano essere diagnosticati disturbi psichici di qualche tipo.
Affrontiamo insieme i temi più interessanti e controversi relativi agli ambiti della criminologia e dell'investigazione, sfatando luoghi comuni e prendendo spunto dai fatti di cronaca riportati dai media
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mercoledì 11 gennaio 2017
venerdì 23 dicembre 2016
"Violenza assistita" e "orfani speciali"
Una delle conseguenze più nefaste legate ai casi di violenza domestica ai danni delle donne e a quelli più estremi di femminicidio è rappresentata dall'insieme di effetti a breve e a lungo termine sofferti dai figli della coppia maltrattante-maltrattata. Abbiamo già visto in precedenti post quali fattori possano spingere un uomo a maltrattare la propria compagna, così come abbiamo potuto considerare per quali motivi una donna vittima di violenza non riesca ad allontanarsi dal suo aguzzino. Ciò che non avevamo ancora approfondito sono, appunto, i danni psicologici riportati da quei minori che per anni, impotenti, assistono alle violenze a cui la madre è sottoposta. Sono quei minori che, una volta che il padre sia arrivato a uccidere la compagna e che, fortunatamente, non abbia deciso di eliminare anche gli stessi figli, sono chiamati "orfani speciali". A questo tema si è oggi dedicata la trasmissione Forum, in onda su Canale Cinque, che mi sono trovato casualmente a seguire e che mi ha spinto a spendere opportunamente due parole sull'argomento.
Abbiamo già detto che, in un numero considerevole di casi, le madri vittime di violenza non si allontanano dal compagno violento perché, non essendo economicamente indipendenti, temono, innanzitutto, di non poter assicurare ai propri figli quelle possibilità che, ritengono, sarebbero garantite solo grazie alle risorse del partner. La donna maltrattata, dunque, in un estremo gesto d'amore, si sacrifica per quello che la stessa crede possa essere il bene del resto della famiglia. Purtroppo, queste donne non riescono a comprendere che la c.d. "violenza assistita" ha su quegli stessi figli che vorrebbero proteggere conseguenze molto serie. In primo luogo, infatti, non è difficile immaginare quale possa essere la tensione a cui dei bambini siano soggetti nel vedere la propria madre frequentemente insultata, picchiata e, talvolta, persino violentata. Sono vari i disturbi psichici che possono insorgere in conseguenza di questa drammatica situazione, considerato che l'ambiente domestico, che dovrebbe essere luogo di sicurezza e affetto, diviene, invece, teatro di scene di violenza di diverso genere e grado. L'effetto più deleterio, tuttavia, è quello che si manifesta nel lungo termine: può accadere, infatti, che nel minore che abbia assistito alle violenze in esame maturi nel tempo una concezione distorta del rapporto che dovrebbe esistere tra i componenti di una coppia; in questa immagine distorta la violenza viene gradualmente concepita come parte integrante di una relazione. Più tenera è l'età del bambino, maggiore è la probabilità che in futuro questi possa adottare una condotta simile a quella tenuta a suo tempo dal padre maltrattante. Soprattutto nel caso in cui il minore, una volta adulto, instauri una relazione con una donna che a sua volta abbia subito abusi in età infantile e che tenda a legarsi a un certo tipo di individui maltrattanti, è molto probabile che tra i due si riproponga uno schema comportamentale coincidente con quello a cui il violento, da bambino, ha avuto la sfortuna di assistere per molto tempo e che, di fatto, egli è arrivato a considerare come normale e legittimo.
In seguito alla tragedia, i minori che siano sopravvissuti alla stessa si ritrovano a essere orfani, interessati da un trauma enorme e molto difficile da gestire qualora non si intervenga in modo tempestivo, avviando un adeguato percorso terapeutico che possa prevenire effetti come quelli sopra richiamati. Purtroppo, nella realtà questo non sempre avviene e molti bambini, senza l'assistenza di personale qualificato, crescono lacerati da una tremenda ferita che molto difficilmente riesce a guarire.
Abbiamo già detto che, in un numero considerevole di casi, le madri vittime di violenza non si allontanano dal compagno violento perché, non essendo economicamente indipendenti, temono, innanzitutto, di non poter assicurare ai propri figli quelle possibilità che, ritengono, sarebbero garantite solo grazie alle risorse del partner. La donna maltrattata, dunque, in un estremo gesto d'amore, si sacrifica per quello che la stessa crede possa essere il bene del resto della famiglia. Purtroppo, queste donne non riescono a comprendere che la c.d. "violenza assistita" ha su quegli stessi figli che vorrebbero proteggere conseguenze molto serie. In primo luogo, infatti, non è difficile immaginare quale possa essere la tensione a cui dei bambini siano soggetti nel vedere la propria madre frequentemente insultata, picchiata e, talvolta, persino violentata. Sono vari i disturbi psichici che possono insorgere in conseguenza di questa drammatica situazione, considerato che l'ambiente domestico, che dovrebbe essere luogo di sicurezza e affetto, diviene, invece, teatro di scene di violenza di diverso genere e grado. L'effetto più deleterio, tuttavia, è quello che si manifesta nel lungo termine: può accadere, infatti, che nel minore che abbia assistito alle violenze in esame maturi nel tempo una concezione distorta del rapporto che dovrebbe esistere tra i componenti di una coppia; in questa immagine distorta la violenza viene gradualmente concepita come parte integrante di una relazione. Più tenera è l'età del bambino, maggiore è la probabilità che in futuro questi possa adottare una condotta simile a quella tenuta a suo tempo dal padre maltrattante. Soprattutto nel caso in cui il minore, una volta adulto, instauri una relazione con una donna che a sua volta abbia subito abusi in età infantile e che tenda a legarsi a un certo tipo di individui maltrattanti, è molto probabile che tra i due si riproponga uno schema comportamentale coincidente con quello a cui il violento, da bambino, ha avuto la sfortuna di assistere per molto tempo e che, di fatto, egli è arrivato a considerare come normale e legittimo.
In seguito alla tragedia, i minori che siano sopravvissuti alla stessa si ritrovano a essere orfani, interessati da un trauma enorme e molto difficile da gestire qualora non si intervenga in modo tempestivo, avviando un adeguato percorso terapeutico che possa prevenire effetti come quelli sopra richiamati. Purtroppo, nella realtà questo non sempre avviene e molti bambini, senza l'assistenza di personale qualificato, crescono lacerati da una tremenda ferita che molto difficilmente riesce a guarire.
lunedì 24 ottobre 2016
Omicidi-suicidi tra le mura domestiche
In pochi giorni si sono susseguiti nuovi casi di femminicidio, accomunati dalla particolare dinamica dell'omicidio-suicidio: il primo è avvenuto il 21 ottobre nella periferia di Torino, mentre il secondo ha avuto luogo il giorno successivo in provincia di Pisa, nel Volterrano.
In entrambi i casi, l'uomo ha ucciso la moglie e si è poi tolto la vita. Differenze sembrano comunque emergere in rapporto alle cause alla base dei delitti: a Torino la tragedia pare essere avvenuta innanzitutto per motivi economici, considerato che l'omicida, oppresso dai debiti, avrebbe lasciato un biglietto per spiegare in quali difficili condizioni si trovasse. Nel caso di Montecerboli, nel Volterrano, sembra invece che i coniugi fossero in fase di separazione e che i litigi, hanno riferito i vicini, fossero sempre più duri e frequenti.
I due episodi considerati ci permettono di esaminare una dinamica sicuramente non rara quando ci si trovi di fronte a delitti intrafamiliari: il suicidio del pater familias (colui che più spesso, statisticamente parlando, è autore del delitto che si consuma tra le mura domestiche) segue a breve distanza di tempo l'omicidio della compagna. Ci si domanda, dunque, quali meccanismi possano dare origine a tragedie di questo tipo, le quali, qualora comprendano anche la morte dei figli della coppia, sono classicamente definite dalla letteratura come "family mass murders".
Ho già sinteticamente esaminato in un precedente post le diverse dinamiche che possono determinare un femminicidio. Cerchiamo ora di capire come possa spiegarsi il suicidio del suo autore successivamente al delitto.
Possiamo dire che il suicidio post delictum rappresenta il gesto a cui frequentemente ricorre il soggetto che sia affetto da disturbo mentale, che generalmente può
consistere in una forte depressione o in una psicosi. Nel caso specifico di depressione, l'omicidio può essere commesso anche da uomini che non sono mai stati violenti con la propria compagna. Nel caso di Torino è possibile, per esempio, che vi sia stata una situazione di questo genere, essendo piuttosto probabile, almeno sulla base dei primi elementi raccolti dagli investigatori e se risultasse l'assenza di precedenti episodi di violenza, che sia stato proprio uno stato depressisvo determinato dalle difficoltà economiche dell'uomo a portare all'ideazione del delitto e del successivo suicidio.
Il fine che l'omicida si propone di raggiungere in questi casi è generalmente quello di liberare non solo sè stesso ma anche i propri familiari dalle sofferenze inflitte da un mondo avvertito come sempre più ostile. Dopo aver ucciso la compagna e, se presenti, anche gli altri famigliari, il suicidio consente di ricongiungersi alle vittime.
Considerando, invece, i casi di uomini che prima di uccidere si sono contraddistinti per comportamenti violenti, in molti soggetti che divengono sempre più aggressivi nei confronti della loro compagna coesistono paradossalmente il bisogno di eleminare la stessa, verso cui si sviluppa molto spesso una vera e propria ossessione, e la consapevolezza dell'incapacità di vivere senza di questa. In seguito all'omicidio, l'omicida sente di avere eliminato una parte di sè senza la quale è convinto di non poter restare. Il caso di Montecerboli potrebbe ricondursi a una dinamica di questo tipo. Il fatto che non siano stati coinvolti i figli, presenti al momento del fatto, può suggerire che la tragedia non sia avvenuta in dipendenza di uno stato depressivo, dal momento che questo, in un numero considerevole di casi, spinge l'omicida a uccidere tutti i componenti della famiglia.
Secondo i criminologi, l'omicidio-suicidio è di solito un gesto premeditato. L'omicida dedica quindi un certo lasso di tempo all'ideazione del delitto e il suicidio rappresenta una conclusione programmata già prima dell'uccisione della compagna. Torna quindi il concetto di "delitto passionale", frutto di graduale maturazione.
Possiamo dire, in conclusione, che l'omicidio-suicidio può avere principalmente due spiegazioni: in certi casi può essere espressione del desiderio di morte dell'omicida, che, sopraffatto dall'intento suicida, decide egoisticamente di "portare con sé" anche la compagna, convinto di poterle risparmiare future sofferenze; in altri casi, l'uomo uccide la donna per determinati motivi (primo tra tutti la gelosia) e si suicida per ricongiungersi alla persona amata e ormai perduta, senza la quale non vede alcun futuro.
Rappresenta un caso particolare il c.d. "omicidio per pietà", che ricorre quando la compagna, affetta per esempio da grave malattia, è uccisa per evitare ulteriori sofferenze legate alla difficile situazione; in questo caso il successivo suicidio dell'uomo ha carattere, per così dire, "altruistico": egli si sente in dovere di uccidere la compagna sofferente e nello stesso tempo decide di accompagnarla anche nella morte.
In entrambi i casi, l'uomo ha ucciso la moglie e si è poi tolto la vita. Differenze sembrano comunque emergere in rapporto alle cause alla base dei delitti: a Torino la tragedia pare essere avvenuta innanzitutto per motivi economici, considerato che l'omicida, oppresso dai debiti, avrebbe lasciato un biglietto per spiegare in quali difficili condizioni si trovasse. Nel caso di Montecerboli, nel Volterrano, sembra invece che i coniugi fossero in fase di separazione e che i litigi, hanno riferito i vicini, fossero sempre più duri e frequenti.
I due episodi considerati ci permettono di esaminare una dinamica sicuramente non rara quando ci si trovi di fronte a delitti intrafamiliari: il suicidio del pater familias (colui che più spesso, statisticamente parlando, è autore del delitto che si consuma tra le mura domestiche) segue a breve distanza di tempo l'omicidio della compagna. Ci si domanda, dunque, quali meccanismi possano dare origine a tragedie di questo tipo, le quali, qualora comprendano anche la morte dei figli della coppia, sono classicamente definite dalla letteratura come "family mass murders".
Ho già sinteticamente esaminato in un precedente post le diverse dinamiche che possono determinare un femminicidio. Cerchiamo ora di capire come possa spiegarsi il suicidio del suo autore successivamente al delitto.
Possiamo dire che il suicidio post delictum rappresenta il gesto a cui frequentemente ricorre il soggetto che sia affetto da disturbo mentale, che generalmente può
consistere in una forte depressione o in una psicosi. Nel caso specifico di depressione, l'omicidio può essere commesso anche da uomini che non sono mai stati violenti con la propria compagna. Nel caso di Torino è possibile, per esempio, che vi sia stata una situazione di questo genere, essendo piuttosto probabile, almeno sulla base dei primi elementi raccolti dagli investigatori e se risultasse l'assenza di precedenti episodi di violenza, che sia stato proprio uno stato depressisvo determinato dalle difficoltà economiche dell'uomo a portare all'ideazione del delitto e del successivo suicidio.
Il fine che l'omicida si propone di raggiungere in questi casi è generalmente quello di liberare non solo sè stesso ma anche i propri familiari dalle sofferenze inflitte da un mondo avvertito come sempre più ostile. Dopo aver ucciso la compagna e, se presenti, anche gli altri famigliari, il suicidio consente di ricongiungersi alle vittime.
Considerando, invece, i casi di uomini che prima di uccidere si sono contraddistinti per comportamenti violenti, in molti soggetti che divengono sempre più aggressivi nei confronti della loro compagna coesistono paradossalmente il bisogno di eleminare la stessa, verso cui si sviluppa molto spesso una vera e propria ossessione, e la consapevolezza dell'incapacità di vivere senza di questa. In seguito all'omicidio, l'omicida sente di avere eliminato una parte di sè senza la quale è convinto di non poter restare. Il caso di Montecerboli potrebbe ricondursi a una dinamica di questo tipo. Il fatto che non siano stati coinvolti i figli, presenti al momento del fatto, può suggerire che la tragedia non sia avvenuta in dipendenza di uno stato depressivo, dal momento che questo, in un numero considerevole di casi, spinge l'omicida a uccidere tutti i componenti della famiglia.
Secondo i criminologi, l'omicidio-suicidio è di solito un gesto premeditato. L'omicida dedica quindi un certo lasso di tempo all'ideazione del delitto e il suicidio rappresenta una conclusione programmata già prima dell'uccisione della compagna. Torna quindi il concetto di "delitto passionale", frutto di graduale maturazione.
Possiamo dire, in conclusione, che l'omicidio-suicidio può avere principalmente due spiegazioni: in certi casi può essere espressione del desiderio di morte dell'omicida, che, sopraffatto dall'intento suicida, decide egoisticamente di "portare con sé" anche la compagna, convinto di poterle risparmiare future sofferenze; in altri casi, l'uomo uccide la donna per determinati motivi (primo tra tutti la gelosia) e si suicida per ricongiungersi alla persona amata e ormai perduta, senza la quale non vede alcun futuro.
Rappresenta un caso particolare il c.d. "omicidio per pietà", che ricorre quando la compagna, affetta per esempio da grave malattia, è uccisa per evitare ulteriori sofferenze legate alla difficile situazione; in questo caso il successivo suicidio dell'uomo ha carattere, per così dire, "altruistico": egli si sente in dovere di uccidere la compagna sofferente e nello stesso tempo decide di accompagnarla anche nella morte.
mercoledì 31 agosto 2016
Parliamo di FEMMINICIDIO
Risale a pochi giorni fa l'ennesimo episodio di violenza che si è concluso con la morte di una donna. In Brianza, Carmela Aparo, 64 anni, è stata uccisa a colpi di pistola al culmine di una lite con l'ex convivente, che è stato fermato dai carabinieri poche ore dopo l'omicidio.
Non nascondo che quello della violenza sulle donne è un tema a cui sono particolarmente sensibile. A Novara, città in cui vivo, collaboro come volontario col Centro Antiviolenza sulle donne gestito dal Centro Servizi Pari Opportunità della Provincia. Di fondamentale importanza, in rapporto a questo terribile fenomeno, è sostenere un costante lavoro di informazione e di sensibilizzazione.
Prendiamo spunto, quindi, dall'ultimo caso ricordato per esaminare sinteticamente quali dinamiche possono essere alla base di simili episodi.
Il primo dato che bisogna tenere a mente è che, secondo le statistiche, le donne subiscono violenza principalmente da parte di uomini che conoscono. Occorre, quindi, avere ben chiaro che il caso dello sconosciuto che usa violenza sulla donna rappresenta l'eccezione, sicuramente non la regola. Le mura domestiche, in particolare, rappresentano la dimensione in cui è più facile che certi episodi si verifichino e che, soprattutto, non vengano scoperti. Frequente è quindi la violenza esercitata dal convivente.
Secondo dato: non bisogna pensare che la violenza esploda all'improvviso, come un fulmine a ciel sereno. I criminologi sono ormai da tempo concordi nel ritenere che la violenza in ambiente domestico, all'interno della famiglia, abbia luogo (fino a raggiungere le estreme conseguenze) solo dopo aver trovato un "terreno fertile" costituito da ansia, frustrazione, tensioni di vario tipo. Molto improbabile che un uomo che abbia ucciso la compagna non sia mai stato violento in precedenza con la stessa. Diversi possono essere i motivi per cui la donna non reagisce ai maltrattamenti precedentemente subiti: poca fiducia nelle forze dell'ordine; convinzione che le violenze si ridurranno nel corso del tempo; impossibilità, data la mancanza di autonomi mezzi di sostentamento, di allontanarsi dal violento...
I delitti intrafamiliari non sono delitti emotivi, cioè improvvisamente provocati da emozioni negative del momento, bensì passionali, essendo dunque il risultato di una graduale maturazione.
L'uxoricidio, cioè l'uccisone del compagno/a, costituisce il caso più diffuso di omicidio in famiglia, e nel 90% dei casi la donna è la vittima.
Gli uomini che uccidono la propria compagna hanno molto spesso un passato difficile: per esempio, possono aver subito violenze e/o abusi durante l'infanzia da parte dei loro genitori. Sono soggetti profondamente insicuri e tendono a scaricare le loro frustrazioni sulle persone che hanno più vicine (compagne e, se presenti, figli), di cui non temono reazioni e giudizi.
Terzo dato che bisogna ricordare è che il momento criminogeneticamente più critico è quello della rottura del rapporto: avrete probabilmente ben presente che nella maggior parte dei casi di cui si sente parlare il compagno arriva a uccidere proprio nel momento in cui la donna trova il coraggio, dopo anni di violenze e soprusi, di troncare la relazione. Questa situazione risulta infatti intollerabile per uomini che, innanzitutto, vedono la propria compagna come una loro proprietà, una semplice estensione di loro stessi. La gelosia è sicuramente il primo motivo che porta all'omicidio. Gelosia talmente intensa che spesso arriva a configurare un vero e proprio disturbo (esiste, per esempio, la "sindrome di Mairet", che consiste in una gelosia ossessiva da cui l'uomo non cessa di essere tormentato).
Non è comunque raro che l'omicida sia affetto da altri disturbi mentali, come depressione o disturbo di personalità.
Prevenire i femminicidi è sicuramente possibile, ma questo richiede per prima cosa la capacità delle donne di avvertire il pericolo cui possono andare incontro, qualora gli episodi di violenza cui fossero soggette risultassero sempre più frequenti. In alcuni casi, purtroppo, questa capacità manca proprio perché la vittima di violenza, interessata talvolta da quella che gli studiosi hanno definito "sindrome della donna picchiata", non è in grado di distaccarsi dal compagno, da cui risulta assolutamente dipendente sul piano psicologico.
Letture consigliate:
De Pasquali P., L'orrore in casa. Psico-criminologia del parenticidio, FrancoAngeli, Milano, 2007
Non nascondo che quello della violenza sulle donne è un tema a cui sono particolarmente sensibile. A Novara, città in cui vivo, collaboro come volontario col Centro Antiviolenza sulle donne gestito dal Centro Servizi Pari Opportunità della Provincia. Di fondamentale importanza, in rapporto a questo terribile fenomeno, è sostenere un costante lavoro di informazione e di sensibilizzazione.
Prendiamo spunto, quindi, dall'ultimo caso ricordato per esaminare sinteticamente quali dinamiche possono essere alla base di simili episodi.
Il primo dato che bisogna tenere a mente è che, secondo le statistiche, le donne subiscono violenza principalmente da parte di uomini che conoscono. Occorre, quindi, avere ben chiaro che il caso dello sconosciuto che usa violenza sulla donna rappresenta l'eccezione, sicuramente non la regola. Le mura domestiche, in particolare, rappresentano la dimensione in cui è più facile che certi episodi si verifichino e che, soprattutto, non vengano scoperti. Frequente è quindi la violenza esercitata dal convivente.
Secondo dato: non bisogna pensare che la violenza esploda all'improvviso, come un fulmine a ciel sereno. I criminologi sono ormai da tempo concordi nel ritenere che la violenza in ambiente domestico, all'interno della famiglia, abbia luogo (fino a raggiungere le estreme conseguenze) solo dopo aver trovato un "terreno fertile" costituito da ansia, frustrazione, tensioni di vario tipo. Molto improbabile che un uomo che abbia ucciso la compagna non sia mai stato violento in precedenza con la stessa. Diversi possono essere i motivi per cui la donna non reagisce ai maltrattamenti precedentemente subiti: poca fiducia nelle forze dell'ordine; convinzione che le violenze si ridurranno nel corso del tempo; impossibilità, data la mancanza di autonomi mezzi di sostentamento, di allontanarsi dal violento...
I delitti intrafamiliari non sono delitti emotivi, cioè improvvisamente provocati da emozioni negative del momento, bensì passionali, essendo dunque il risultato di una graduale maturazione.
L'uxoricidio, cioè l'uccisone del compagno/a, costituisce il caso più diffuso di omicidio in famiglia, e nel 90% dei casi la donna è la vittima.
Gli uomini che uccidono la propria compagna hanno molto spesso un passato difficile: per esempio, possono aver subito violenze e/o abusi durante l'infanzia da parte dei loro genitori. Sono soggetti profondamente insicuri e tendono a scaricare le loro frustrazioni sulle persone che hanno più vicine (compagne e, se presenti, figli), di cui non temono reazioni e giudizi.
Terzo dato che bisogna ricordare è che il momento criminogeneticamente più critico è quello della rottura del rapporto: avrete probabilmente ben presente che nella maggior parte dei casi di cui si sente parlare il compagno arriva a uccidere proprio nel momento in cui la donna trova il coraggio, dopo anni di violenze e soprusi, di troncare la relazione. Questa situazione risulta infatti intollerabile per uomini che, innanzitutto, vedono la propria compagna come una loro proprietà, una semplice estensione di loro stessi. La gelosia è sicuramente il primo motivo che porta all'omicidio. Gelosia talmente intensa che spesso arriva a configurare un vero e proprio disturbo (esiste, per esempio, la "sindrome di Mairet", che consiste in una gelosia ossessiva da cui l'uomo non cessa di essere tormentato).
Non è comunque raro che l'omicida sia affetto da altri disturbi mentali, come depressione o disturbo di personalità.
Prevenire i femminicidi è sicuramente possibile, ma questo richiede per prima cosa la capacità delle donne di avvertire il pericolo cui possono andare incontro, qualora gli episodi di violenza cui fossero soggette risultassero sempre più frequenti. In alcuni casi, purtroppo, questa capacità manca proprio perché la vittima di violenza, interessata talvolta da quella che gli studiosi hanno definito "sindrome della donna picchiata", non è in grado di distaccarsi dal compagno, da cui risulta assolutamente dipendente sul piano psicologico.
Letture consigliate:
De Pasquali P., L'orrore in casa. Psico-criminologia del parenticidio, FrancoAngeli, Milano, 2007
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